Erika Bonacci1, Francesca Barzaghi2, Arianna Serraiotto2, Emilio Pedrotti2
1 Dipartimento di Ingegneria per la Medicina di Innovazione - Clinica Oculistica, Università degli Studi di Verona
2 Dipartimento di Chirurgia, Odontoiatria, Pediatria e Ginecologia - Clinica Oculistica, Università degli Studi di Verona

Cheratite da Acanthamoeba

Abstract: La cheratite da Acanthamoeba (AK) costituisce un’entità infettiva corneale rara ma gravata da elevata morbilità visiva, sostenuta da un protozoo ubiquitario diffuso in ambienti naturali e antropici, inclusi sistemi idrici domestici. L’incremento globale dell’uso di lenti a contatto ha profondamente modificato l’epidemiologia della patologia, configurando l’AK quale emergente problema di sanità pubblica, con prevalente interessamento di soggetti giovani e attivi e una forte associazione all’esposizione delle lenti ad acqua non sterile.
Il quadro clinico iniziale è frequentemente subdolo e aspecifico, con dolore oculare spesso sproporzionato rispetto ai reperti obiettivi, per il coinvolgimento delle terminazioni nervose corneali. La natura mimetica dell’infezione, talora indistinguibile da cheratiti erpetiche nelle fasi precoci, contribuisce a ritardi diagnostici che incidono negativamente sulla prognosi. Con la progressione stromale possono comparire segni altamente suggestivi quali l’infiltrato anulare e la cheratoneurite radiale.
La diagnosi si fonda su un approccio multimodale integrato: la valutazione biomicroscopica rappresenta il primo livello di inquadramento clinico, mentre la microscopia confocale in vivo (IVCM) consente l’identificazione diretta di cisti e trofozoiti con elevata sensibilità e specificità, configurandosi quale metodica di riferimento per una diagnosi tempestiva e non invasiva. La polymerase chain reaction (PCR) su scraping corneale costituisce un ulteriore presidio diagnostico ad alta affidabilità, particolarmente utile nei casi dubbi o in assenza di microscopia confocale. Il sospetto clinico precoce rimane tuttavia il cardine imprescindibile per un corretto iter diagnostico-terapeutico.
La gestione terapeutica è complessa e prolungata, mirata all’eradicazione delle forme trofozoitiche e, soprattutto, delle cisti, notoriamente resistenti. Il trattamento di prima linea si basa sull’impiego topico di biguanidi, in particolare polihexanide (PHMB), in monoterapia o in associazione con diamidine, con tassi di successo clinico elevati secondo le evidenze disponibili. La durata della terapia può estendersi per diversi mesi, richiedendo monitoraggio clinico e strumentale ravvicinato, nonché rigorosa aderenza del paziente.
L’uso dei corticosteroidi topici rimane oggetto di dibattito e deve essere attentamente ponderato. Nei casi refrattari o complicati da assottigliamento corneale può rendersi necessario il ricorso alla chirurgia, preferibilmente mediante cheratoplastica lamellare profonda in fase di controllo infettivo.
In conclusione, la cheratite da Acanthamoeba rappresenta una sfida diagnostica e terapeutica di rilevante impatto clinico. Un’elevata consapevolezza da parte dell’oftalmologo, l’integrazione di metodiche diagnostiche avanzate e un trattamento tempestivo e protratto costituiscono elementi determinanti per modificare l’evoluzione naturale di questa infezione potenzialmente invalidante.

Keywords: Cheratite da Acanthamoeba, Lenti a contatto, Microscopia confocale in vivo (IVCM), Polymerase chain reaction (PCR), PHMB, Infiltrato ad anello, Cheratoneurite radiale.

Introduzione

La cheratite da Acanthamoeba (AK) rappresenta una vera e propria sfida per la comunità oftalmologica. Questo protozoo ubiquitario è presente in ambienti naturali e antropici come acqua dolce, suolo e persino sistemi idrici domestici.

Sebbene la sua incidenza sia relativamente bassa rispetto ad altre infezioni corneali, l’importanza clinica è elevata, perché la diagnosi spesso tardiva e la sua capacità di sopravvivere anche in condizioni estreme adattandosi a diversi habitat, rendono la gestione complessa e la prognosi spesso meno favorevole.

Negli ultimi decenni, l’aumento globale dell’uso di lenti a contatto ha modificato il panorama epidemiologico della AK, rendendo questa infezione una minaccia concreta per milioni di persone, spesso giovani e attive.

La letteratura internazionale documenta una crescita costante dei casi, con proiezioni che indicano un ulteriore incremento nei prossimi decenni, in assenza di efficaci strategie preventive e di una diffusa educazione sanitaria. Oltre ai dati epidemiologici, la AK solleva questioni profonde di salute pubblica: la sua insorgenza può segnare un punto di svolta nella vita di chi ne è colpito, con ripercussioni psicologiche, sociali ed economiche che vanno ben oltre la dimensione clinica oftalmica.

In questo contesto, la ricerca e la divulgazione scientifica assumono un ruolo fondamentale nel promuovere consapevolezza e prevenzione. Per l’oculista diventa quindi fondamentale mantenere un elevato livello di sospetto nei casi di cheratite atipica, al fine di avviare precocemente accertamenti mirati e terapia adeguata, prima che si instaurino danni irreversibili.

Read More